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Omaggio a Camilleri: L’olivo di Montalbano

Un omaggio a Camilleri lo sentiamo dovuto. Un omaggio all’inventore di Montalbano e al suo olivo.

Il grande scrittore siciliano, uno degli intellettuali più importanti del nostro paese, è morto il 17 luglio a Roma. Nato per raccontare storie, a chi gli chiedesse come mai a 93 anni non avesse ancora smesso di scrivere, aveva risposto:

“Se potessi, vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio cunto passare tra il pubblico con la coppola in mano”.

E così di Camilleri, e del suo Montalbano ne siamo tutti orfani. E anche noi olivette dell’Azienda Agricola Olio Febo ci teniamo a rendergli omaggio sul nostro blog, perché l’olivo, l’albero da cui noi nasciamo e da dove viene estratto l’olio extravergine d’oliva Febo, campeggia in tante pagine di Camilleri e del suo Montalbano.

Salvo Montalbano infatti adora l’albero d’olivo (e adora anche l’olio d’oliva, essendo un gran buongustaio). E adora anche le passuluna, le olive nere schiacciate, con cui condire la pasta.

Ma torniamo all’olivo adorato da Montalbano, l’olivo “saraceno”, in memoria di Pirandello. Lo troviamo in tanti romanzi di Camilleri-Montalbano, ma a nostro parere l’omaggio più bello si trova in La gita a Tindari. È un albero enorme, un ulivo secolare che rimanda alla storia di molti uomini. Le sue radici conservano infatti un’infinita memoria di vite vissute. Là sotto l’ombra dell’olivo il commissario si ritira per ragionare, pensare o sfuggire al caos del quotidiano, e con quell’albero ha un rapporto stretto, intensissimo, quasi fosse umano.

L’olivo saraceno di Montalbano

Vogliamo regalarvi un estratto proprio da La gita a Tindari di Camilleri, un meraviglioso romanzo edito da Sellerio.

L’ESTRATTO


“S’assicurò d’avere in sacchetta bastevoli sigarette, riacchianò in macchina e se ne partì in direzione di Montelusa. C’era, proprio a mezza strata tra i due paìsi, un viottolo di campagna, ammucciato darrè a un cartellone pubblicitario, che portava a una casuzza rustica sdirrupata, allato aveva un enorme ulivo saraceno che la sua para di centinaia d’anni sicuramente li teneva. Pareva un àrbolo finto, di teatro, nisciùto dalla fantasia di un Gustavo Doré, una possibile illustrazione per l’Inferno dantesco. I rami più bassi strisciavano e si contorcevano terraterra, rami che, per quanto tentassero, non ce la facevano a issarsi verso il cielo e che a un certo punto del loro avanzare se la ripinsavano e decidevano di tornare narrè verso il tronco facendo una specie di curva a gomito o, in certi casi, un vero e proprio nodo. Poco doppo però cangiavano idea e tornavano indietro, come scantati alla vista del tronco potente, ma spirtusato, abbrusciato, arrugato dagli anni. E, nel tornare narrè, i rami seguivano una direzione diversa dalla precedente. Erano in tutto simili a scorsoni, pitoni, boa, anaconda di colpo metamorfosizzati in rami d’ulivo. Parevano disperarsi, addannarsi per quella magarìa che li aveva congelati, “canditi”, avrebbe detto Montale, in una eternità di tragica fuga impossibile. I rami mezzani, toccata sì e no una metrata di lunghezza, di subito venivano pigliati dal dubbio se dirigersi verso l’alto o se puntare alla terra per ricongiungersi con le radici. Montalbano, quando non aveva gana d’aria di mare, sostituiva la passiata lungo il braccio del molo di levante con la visita all’àrbolo d’ulivo. Assinnato a cavasè sopra uno dei rami bassi, s’addrumava una sigaretta e principiava a ragionare sulle facenne da risolvere.
Aveva scoperto che, in qualche misterioso modo, l’intricarsi, l’avviluparsi, il contorcersi, il sovrapporsi, il labirinto insomma della ramatura, rispecchiava quasi mimeticamente quello che succedeva dintra alla sua testa, l’intreccio delle ipotesi, l’accavallarsi dei ragionamenti. E se qualche supposizione poteva a prima botta sembrargli troppo avventata, troppo azzardosa, la vista di un ramoche disegnava un percorso ancora più avventuroso del suo pinsèro lo rassicurava, lo faceva andareavanti.Infrattato in mezzo alle foglie verdi e argento, era capace di starsene ore senza cataminarsi; immobilità interrotta di tanto in tanto dai movimenti indispensabili per addrumarsi una sigaretta, che fumava senza mai levarsela dalla bocca, o per astutare accuratamente il mozzicone sfregandolo col tacco della scarpa. Stava tanto fermo che le formicole indisturbate gli acchianavano sul corpo, s’infilavano tra i capelli, gli passiavano sulle mani, sulla fronte …”.

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